Rapporto di coppia.

Vorrei in questa breve presentazione portare all’attenzione le diverse interpretazioni che ci raccontano quali sono i momenti/fasi che portano due individui a creare un rapporto di coppia.

Esistono molte spiegazioni sulla tematica, forse perché è la tematica stessa difficile da spiegare in un ventaglio di accezioni e possibilità.

Mi soffermo ad elencare alcune prospettive proposte da vari autori elencati nel libro “La dipendenza affettiva. Ma si può morire anche d’amore?” di Guerreschi Cesare (ed. FrancoAngeli).

È importante iniziare sottolineando un punto importante nella strutturazione del legame diadico: la reciprocità, da cui segue che Il soggetto deve trovare nel partner caratteristiche simmetriche o complementari.

Modello a 3 fasi:

  1. Fusione: si sperimenta l’emozione di sentirsi tutt’uno con il partner.
  2. Proiezione: in questa fase si verifica un allontanamento e si torna all’Io.
  3. Immagine guida: il partner diviene una immagine che rispecchia le mie possibilità di vita prima sconosciute.

Gli psicoanalisti ci raccontano 5 tipologie del rapporto di coppia, una sola però sana.

  1. Collusione narcisistica: funzione simbiotica con caratteristiche agonistiche.
  2. Collusione orale: un amore di tipo materno.
  3. Collusione sadico-anale: l’amore è possesso totale.
  4. Collusione fallico-edipica: amore come autoaffermazione antagonista.
  5. Relazione matura (tipologia sana): rispetto dell’altro, accettazione della diversità, unione nella distinzione.

Sternberg propone le tipologie che emergono dalla combinazione di tre componenti fondamentali:

  1. Assenza d’amore
  2. Simpatia
  3. Infatuazione
  4. Amore vuoto o sterile
  5. Amore romantico
  6. Amore fatuo
  7. Sodalizio d’amore
  8. Amore perfetto o completo

Nell’ottica evoluzionistica Veglia propone 6 dimensioni della sessualità che spiegano la tipologia della relazione di coppia:

  1. Dimensione riproduttiva: fare sesso a qualunque costo.
  2. Dimensione ludica: fare sesso come gioco.
  3. Dimensione sociale: stare insieme, componente sociale.
  4. Dimensione semantica: fare l’amore.
  5. Dimensione narrativa: avere una storia condivisa.
  6. Dimensione procreativa: fare un bambino.

Il lutto.

Per Freud il lutto è una reazione affettiva ed emotiva ad una esperienza di perdita. Con il termine “perdita” non si intende solamente l’accezione di aver perso una persona cara, un oggetto particolarmente significativo al quale si attribuisce senso e significato, quindi coerenza al mondo.

Liotti (2001) suggerisce che il lutto, sulla base degli insegnamenti della teoria dell’attaccamento, attiva il sistema motivazionale innato dell’attaccamento stesso ed il soggetto rimasto solo si spinge alla ricerca della persona per la quale percepisce l’assenza per ottenere vicinanza e cure. Quando gli sforzi falliscono (come nel caso della morte di una persona cara, significativa o ideale significativo in genere) il soggetto vive l’esperienza di profonda tristezza e compare un sentimento di disperazione.

La perdita sconvolge e crea nel soggetto che l’ha vissuta il dissesto della struttura che permette di vedere ed organizzare la realtà; la conseguenza più diretta è la costrizione a rivedere il proprio modo di stare al mondo (si genera in molti casi una sofferenza soverchiante).

 

La fine di una relazione amorosa è una esperienza di perdita, ma anche una esperienza di morte, la quale rappresenta la perdita stessa come evento più vicino ai vissuti esperiti.

Ora, a mio avviso, è interessante riflettere su come gli studiosi hanno organizzato in modo dicibile e strutturato i vari elementi che compongono l’esperienza soggettiva del lutto, con tutti i limiti della soggettività umana e dichiarando che i passaggi non sempre rispettano la cronologia ed a volte una persona può regredire o persistere maggiormente all’interno di uno step.

Il lutto secondo Freud (1915)

Reazione maniacale
Reazione melanconica
Reazione del lavoro del lutto come esito positivo della depressione

Il lutto secondo la teoria di Bowlby (1980)

Fase dello stordimento o incredulità
Fase di ricerca e di struggimento
Fase di disorganizzazione e disperazione
Fase di riorganizzazione

Il lutto secondo la teoria di Therese Rando (1993)

Fase dell’evitamento
Fase del confronto
Fase dell’accomodazione o guarigione

Sei processi R:

Riconoscere la perdita
Reagire alla separazione
Ricordare e ri-esperire il defunto e la relazione
Abbandonare i vecchi attaccamenti
Riadattarsi a vivere nel nuovo mondo senza dimenticare il vecchio
Reinvestire

Il lutto secondo Onofri – La Rosa  (2015):

Dissociazione
Attivazione del sistema di attaccamento
Attivazione del sistema di accudimento


Bibliografica

  • Recalcati M. “Incontrare l’assenza” – Ed. Asmepa 2016
  • Onofri A., La Rosa C. “Il lutto” – Ed. Giovanni Fioriti  2015

 

La Psicoterapia.

La psicoterapia è un approccio dove il professionista ed il paziente si incontrano e decidono di affrontare insieme un percorso di cura per il trattamento dei disturbi psicologici.

La psicoterapia si fonda su una relazione ben studiata e definita, la relazione terapeutica, inserita in un luogo e tempo (setting terapeutico) e orientata ad un obiettivo, migliorare il benessere e la qualità di vita del soggetto.

Una persona decide di affrontare un percorso psicoterapeutico quando ci sono dei presupposti di disagio e malessere, in un momento di crisi e di sofferenza, quando non ne coglie la causa (o le cause) e, soprattutto, non sa come trovare sollievo e ristabilire un equilibrio nella propria vita.

Essere afflitti non sempre è la giusta motivazione alla psicoterapia, non basta “stare male”, i comportamenti disadattivi emergenti costituiscono la spinta motivazionale alla richiesta di aiuto. Spesso possibili comportamenti che mettono a rischio la vita sociale, lavorativa o famigliare, anche comportamenti anticonservativi o autolesivi operano come motore motivazionale alla ricerca di benessere.

Il paziente acquisisce nuove prospettive per rapportarsi al mondo (accezione evolutiva) grazie alla relazione stessa ed all’utilizzo di strumenti e tecniche che inquadrano la struttura professionale degli incontri.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce la salute mentale come “uno stato di benessere emotivo e psicologico nel quale l’individuo è in grado di sfruttare le sue capacità cognitive o emozionali, esercitare la propria funzione all’interno della società, rispondere alle esigenze quotidiane della vita di ogni giorno, stabilire relazioni soddisfacenti e mature con gli altri, partecipare costruttivamente ai mutamenti dell’ambiente, adattarsi alle condizioni esterne e ai conflitti interni.”

Due elementi importanti della psicoterapia sono la durata e la frequenza degli incontri; questi due elementi non possiedono una struttura predefinita ma risentono di alcune variabili. Tra queste, non in ordine di importanza, ci sono il problema del soggetto, i vincoli personali, la persona con i propri ritmi di cambiamento e le risorse personali possedute (risorse non di tipo economico). Nella pratica quotidiana si assiste in genere a richieste di incontri settimanali o quindicinali.

Basta solo recarsi dallo psicoterapeuta? Oppure ci si può recare solo dallo psichiatra?
In caso di sintomatologia acuta potrebbe essere utile una co-terapia con lo psichiatra al fine di avere il supporto farmacologico.
I farmaci sono necessari nella prima parte del lavoro terapeutico se la sintomatologia acuta presenta un’importanza tale da sviluppare forte sofferenza nel paziente, ponendolo nella condizione di non poter trarre benessere dal lavoro con lo psicoterapeuta.
Ma è altrettanto vero che solo l’utilizzo di psicofarmaci non promuove il cambiamento, così da rendere necessario il lavoro psicoterapeutico in parallelo alla somministrazione farmacologica.

Nei casi complicati, si crea quindi la sinergia psicoterapeuta/psichiatra.

L’utilizzo del farmaco andrà diminuendo con l’avanzamento dei colloqui terapeutici e di pari passo con le ritrovate (o trovate) risorse disponibili, così da fronteggiare il malessere con i propri mezzi personali e non solo attraverso il contributo farmacologico.

Psicoterapeuta, psichiatra o neurologo? Le differenze.  Vai …